| Cerco
di non far assomigliare il mio lavoro a quello di colui
che, da una posizione di presunta “superiorità,”
fa interpretazioni che vogliono rappresentare “la
verità” o peggio fa il “pedagogo”
e dice al paziente cosa è bene e cosa è
male.
Astenersi dai giudizi, soprattutto dai giudizi moralistici,
ed evitare interventi intrusivi e direttivi, è
da parte del terapeuta essenziale per rispettare il
paziente e la sua autenticità.
Pur tenendo conto del fatto che paziente e terapeuta
hanno ruoli diversi, credo che ogni pezzo del lavoro
debba essere frutto di qualcosa di costruito “a
quattro mani”, come le interpretazioni, per esempio,
che sono solo una delle chiavi di lettura possibile,
nell’approssimarsi verso quel mondo interno, complesso
e misterioso, che c’è dentro di noi.
In questo lavoro a due, paziente e terapeuta si mettono
in gioco per quello che sono: il paziente (non potrebbe
essere altrimenti) mettendo in atto anche quei meccanismi
patologici, disfunzionali, che utilizza in generale
nelle relazioni con gli altri, e che vuole cercare di
curare; il terapeuta dovrà rispondere in modo
adeguato, relazionandosi cioè con il paziente,
in modo da aiutare quest’ultimo a scoprire l’incongruenza
di questi suoi meccanismi di relazione.
E' pertanto opportuno che il terapeuta, prima di svolgere
questo lavoro, si sottoponga ad un trattamento analitico
personale più profondo di quello normalmente
riservato ai pazienti. Questo non solo perché,
come si dice, si può capire l’altro solo
dopo avere capito fino in fondo se stessi, ma anche
per evitare che, per dirla con le parole di Bion (1970):
“..il terapeuta sia inquinato dai suoi rumori
interni, che a volte fanno così troppo chiasso
da impedirgli di ascoltare davvero l‘altra persona.”
Dal punto di vista della metodologia, il mio lavoro
con il soggetto può essere di tre tipi: consultazione,
inquadramento psicodiagnostico e psicoterapia, a seconda
naturalmente della richiesta del soggetto e della situazione
che si presenta.
L’inquadramento psicodiagnostico precede sempre
una psicoterapia e di solito necessita di 3 o 4 sedute.
Parliamo di una diagnosi che non si sofferma sul problema
manifesto, ma che è in grado di cogliere i meccanismi
interiori, nella dimensione soggettiva del paziente.
Si può aggiungere che un inquadramento diagnostico
è di per se anche “terapeutico”,
perché consente all’individuo di cogliere
il significato dei suoi conflitti e dei suoi sintomi
e quindi di rielaborarli.
Grazie a questa valutazione iniziale è possibile
informare il paziente se può giovarsi della psicoterapia,
che cosa deve aspettarsi da essa, o se è meglio
che si indirizzi verso altri tipi di trattamenti.
Strumento del mio lavoro, e in generale dell’intervento
psicoterapeutico, è naturalmente il colloquio.
Il colloquio consente di entrare nella prospettiva emotiva
dell’altro, attraverso un ascolto sensibile, un
coinvolgimento empatico, che permette di cogliere la
pienezza affettiva dei sentimenti del paziente.
“L’ascolto terapeutico” si definisce
nella capacità di oscillare tra questo momento
di sintonizzazione con il paziente, per poi alternarlo
con una maggiore riflessione concettuale.
Questa modalità relazionale e di ascolto permette
di raggiungere una coesione e una partecipazione, fra
paziente e terapeuta, che trasforma un semplice colloquio
in un’esperienza viva, emotivamente significativa,
di coesione e partecipazione.
|