| Svolgo
una psicoterapia ad indirizzo psicodinamico o psicoanalitico
(userò questi due termini come sinonimi).
Oggi la moderna psicoterapia dinamica si basa su una
concezione della mente come “relazionale”
nel senso che i fenomeni psicologici (normali e patologici),
vengono spiegati sulla base delle esperienze affettive
e relazionali che l’individuo ha avuto a partire
dall’infanzia.
E’ come se queste esperienze significative dell’infanzia
avessero creato dei “modelli operativi”,
dei “modelli di relazione”, fra l’individuo
e l’ambiente, che poi l’individuo continua
ad utilizzare anche successivamente, quando il contesto
relazionale e interpersonale è cambiato.
Questi modelli, che appunto qualche volta possono diventare
disfunzionali, non sono però fissi e immutabili
(seppure è vero che il nostro inconscio tende
ad applicare rigidamente gli schemi che già conosce),
ma sono soggetti a revisione e a riorganizzazione in
tutto l’arco della propria vita.
E’ proprio su questo che si basa la psicoterapia
dinamica, che integra i vari orientamenti della psicoanalisi
contemporanea: il lavoro congiunto di paziente e terapeuta
consente di creare quelle condizioni per modificare
attivamente gli atteggiamenti, i comportamenti, tra
se e il mondo esterno, che sono causa di sofferenza.
Ciò è reso possibile seguendo il principio,
ampiamente dimostrato, che una maggiore conoscenza e
consapevolezza dei propri meccanismi interni (e del
rapporto fra la parte cosciente e i meccanismi profondi),
consente di modificare quegli aspetti del nostro “carattere”
che ci risultano dannosi.
La psicoterapia segue quindi il principio socratico
del “conosci te stesso”, dell’auto-conoscenza.
Non parliamo però di un auto-conoscenza di indole
intellettuale, ma di qualcosa di più profondo
che ha a che fare con una coscienza completa e un’accettazione
emozionale di ciò che appartiene a se stessi,
che in precedenza veniva rifiutato.
Questa conoscenza e questa integrazione con se stessi
comporta appunto il superamento dell’ansia e della
paura di se, quindi il superamento di tutti quei meccanismi
ostili (negazioni, scissioni, repressioni ecc..) che
l’uomo, per difendersi dalla sua ansia, mette
in atto contro se stesso e che vanno nuovamente ad alimentare
il proprio malessere.
E’ in questo modo che può essere raggiunto
quel sentimento di pace con se stessi, di autonomia
e autosufficienza, di capacità di amare, di saper
sopportare le sofferenze non evitabili.
In questo tipo di lavoro una grande importanza viene
data alla relazione terapeutica.
L’atteggiamento non giudicante, di rispetto, di
accettazione vera e di partecipazione empatica da parte
del terapeuta, consente al paziente di sperimentare
una nuova relazione di fiducia che gli permette di abbandonare
quegli schemi di interazione non più funzionali;
schemi di interazione molto spesso costituiti sul bisogno
di sentirsi amati o sul timore dell’abbandono.
Le “difese” che il paziente mette in atto
nelle relazioni con gli altri vengono affrontate in
vivo nell’interazione fra paziente e terapeuta;
per questo la psicoterapia è per prima cosa esperienza
viva.
Questa prospettiva consente di superare la divisione
tra “mondo interno” e “mondo esterno,”
realizzando quindi un approccio che comprenda sia l’ambito
intrapsichico, sia quello relazionale; nello stesso
tempo viene sfumata la classica contrapposizione tra
i vari orientamenti terapeutici, (psicoanalisi, psicoterapia
cognitiva, psicoterapia sistemico- relazionale), in
linea con la tendenza di questi ultimi anni.
Secondo Racker (1970), la psicoterapia psicoanalitica:
"...è un mezzo per divenire ciò che
si è, poiché essa null’altro fa
che sforzarsi di restituire all’uomo ciò
che gli appartiene e che lui nel corso della vita ha
perduto, o non è stato capace di sviluppare,
per il gioco dei conflitti interni e degli eventi esterni.”
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