COMUNICAZIONE E INTERPRETAZIONE NELLA RELAZIONE TERAPEUTICA. Due esempi clinici

In questo articolo cerchiamo di delinare la cornice di riferimento in cui interpretare quello che ci viene comunicato dal paziente secondo gli orientamenti della psicoterapia dinamica. Partiremo da due casi clinici: il primo ha lo scopo di introdurci in quella che è la regola fondamentale dell’interpretazione e cioè che tutto quello che il paziente dice va interpretato secondo quello che avviene nel “campo” della relazione terapeutica. Nel secondo caso cercheremo di addentrarci meglio nelle comunicazioni del paziente e in particolare nel rapporto instaurato con il terapeuta. Infine cercheremo di interfacciarci con le teorie attuali facendo riferimento agli autori più rappresentativi.

L’assunto di Freud secondo cui il risultato di una terapia analitica si decide quasi esclusivamente all’ interno dei fenomeni di “transfert” ed è su questo campo che deve essere vinta la battaglia, è senz’altro tuttora valido secondo gli autori contemporanei
Per “transfert” si intende quello che avviene tra paziente e terapeuta e più precisamente la dinamica che il paziente porta all’interno del rapporto con lo psicologo e che ricalca i suoi schemi di relazione.
Ecco il primo frammento clinico:

Luigi e “il varco”

La regola fondamentale secondo cui tutto ciò che il paziente dice serve per illuminare quello che avviene nella relazione terapeutica è talmente generale da non valere solo per le fantasie, le associazioni che il paziente fa durante la seduta, ma anche per quelle comunicazioni, molto pratiche, che spesso il paziente fa all’inizio o alla fine della seduta, magari quando è sulla porta, mentre ci sta salutando e ci sta per esempio chiedendo un informazione stradale:

Luigi, nome di fantasia di un paziente alla sua seconda seduta, appena entra mi chiede se “il varco” che consente il passaggio delle auto nella via principale del centro, quella che ha dovuto fare per raggiungere lo studio in automobile, è aperto o se invece è interdetto il passaggio in macchina.
Si tratta apparentemente di una comunicazione che ha a che fare con la “realtà esterna,” ma nel seguito del discorso noi capiamo quale è il senso vero della sua domanda. Durante la seduta racconta di essere stato da un’altra psicologa prima di venire da me, ma che ha deciso di lasciarla perché era “troppo giovane”, inoltre dopo la seduta si sentiva stanco e spossato, aveva come la sensazione di essere reduce da un “incidente.” Questa psicologa gli diceva che lui era troppo categorico e che doveva invece accettare la sua realtà lavorativa, ma lui non era d’accordo su questo punto anzi aveva deciso di chiedere dei consulti a questa psicologa proprio perché non accettava il suo lavoro attuale. Carlo continua dicendo che questa psicologa gli diceva che lui non era flessibile e che il suo lavoro attuale era una tappa di passaggio necessaria rispetto a un lavoro più soddisfacente.
“Quindi:” aggiungo io: “gli interventi della psicologa erano così in collisione con i suoi, da farla sentire non capito e lasciarle un senso di spossatezza.”
A quel punto lui risponde: “…a scuola ero un pessimo studente perché non accettavo di adattarmi a quello che dicevano gli insegnanti e anche se poi ero uno che studiava e si applicava.”
A quel punto io mi rendo conto che il paziente sta chiedendo che io non gli “sbarri la strada” come ha fatto l’altra psicologa, a quelle che sono le sue idee, i suoi pensieri, insomma la sua prima preoccupazione era quella di sapere se qui avrebbe trovato o meno un “semaforo verde”.
A questo punto è stato inevitabile fare riferimento alla sua domanda iniziale relativa all’accessibilità del varco che evidentemente rivelava proprio questa preoccupazione.

Le interpretazioni del terapeuta e i vissuti “persecutori” di Carlo.

Questo secondo caso è stato scelto per mettere in luce le difficoltà che può incontrare lo psicologo nella comunicazione con il paziente e quali conseguenze questo può avere.

Carlo, questo il nome di fantasia di un giovane ragazzo che seguo una volta alla settimana, si è presenta fin dal primo incontro, come anche nei successivi, con un atteggiamento arrabbiato, che sembra quasi scontroso a dispetto della sua puntualità nel presentarsi agli appuntamenti e in generale al suo atteggiamento collaborativo.
Mi racconta di come il suo problema abbia a che fare soprattutto con le relazioni sociali e affettive in quanto vive con il timore di non potersi fidare delle persone, malgrado tenda a legarsi agli altri, ad attaccarsi, ma poi subentra l’idea di non essere ben valutato e così scatta la reazioni di rabbia, di fuga dalla relazione e talvolta di rimorso.
Porta alcune esempi concreti di persone che hanno approfittato di lui e tradito la sua fiducia.
Nell’incontro sembra di cogliere direttamente il senso di sfiducia che inevitabilmente sta vivendo anche con me.
Durante i colloqui accusa duramente la madre di essere stata più dura, più severa con lui rispetto al fratello più piccolo che invece avrebbe goduto di un trattamento di migliore. Emerge come talvolta abbia bisogno di comunicare con sua madre, e di come il suo parere sia importante per lui, ma anche questo è vissuto in modo conflittuale perchè il giudizio della madre si insinua dentro di lui, anche se lui vorrebbe non essere così tanto influenzato da lei.
Parlando della fidanzata, ma in generale delle relazioni, lui racconta di dare tutto all’altra persona, ma poi il timore di non essere ricambiato, o di essere tradito, lo porta inevitabilmente a mettere alla prova l’altro per vedere se potersi fidare. Carlo racconta di come l’esito di queste “verifiche” è stato molte volte deludente e questo lo ha portato ad arrabbiarsi e ad allontanarsi.

I miei interventi hanno cercato di descrivere i suoi conflitti in merito alle relazioni affettive, soffermandomi sulle situazioni che di volta in volta venivano portate, cercando però anche di capire come lui si senta nella relazione terapeutica. Quindi se lui per esempio raccontava di sentirsi poco considerato dagli amici noi rispondevamo facendo due cose: da una parte cercavamo di capire se anche qui lui si sentisse allo stesso modo, cioè se parlava del nostro lavoro, dall’altra parte facendogli vedere come la sua paura non avesse una base vera di realtà, ma era una sorta di “proiezione” dei suoi vissuti. Le sue risposte in realtà sembravano confermare come anche qui questi suoi timori fossero presenti. A ritroso mi rendo conto che era come se nei miei interventi cercassi di mitigare il suo atteggiamento risentito, talvolta anche con l’intento di “proteggere” la relazione che lui, arrabbiato, stava mandando all’aria. E’ possibile che fossi io stesso spaventato della sua veemenza, del suo generale risentimento, mettendomi così sulla difensiva.

Verso la sesta seduta Carlo, mi racconta:
“Oggi mentre ero io auto, (doveva svolgere alcune commissioni per la sua ditta) avevo dentro di me la fantasia di essere con qualcuno con cui mi trovo a litigare, immaginavo di essere al bar e c’era qualcuno che mi provocava, e io dicevo smettila di provocarmi e poi ancora smettila di provocarmi, insomma continuavo a dirgli di lasciarmi in pace.
Io guidavo a vuoto perché a me piace guidare, ma questo mi fa sentire un po’ improduttivo e timoroso di essere giudicato male dei miei genitori oppure dai capi, però con i capi ho un rapporto difficile mi dà fastidio solo per il fatto che sono i capi, però nello stesso tempo temo il loro giudizio.”

Passano due sedute e dopo avere parlato di altre questioni, legate ai contrasti nelle sue relazioni affettive mi dice:
“proprio questa notte è stato un disastro perché mi sono svegliato più volte con l’inquietudine con l’angoscia che ci fosse qualcuno nella stanza, Alla fine poi ho perso il sonno e non ho più dormito.”
Era a questo punto molto chiaro che stava parlando di come viveva il nostro lavoro, e in particolare di come percepiva I miei interventi.

Dopo altre due sedute il paziente mi porta questo sogno fatto la stessa notte:
-” vengo letteralmente inseguito, perseguitato da persone che vogliono la mia morte, queste persone mi cercano dappertutto e allora io mi nascondo in una scuola, in questa scuola trovo una persona di mezza età, che semplicemente mi dice che mi devo rassegnare, ma sono molto angosciato, questo signore di mezza età con la barba, con tutta risposta mi dice che mi vuole presentare la sua figlia che è una bambina, io allora colgo il grande contrasto tra la drammaticità del momento che sto vivendo e la leggerezza di quest’uomo che parla come se niente fosse.
Nel sogno ci sono anche i miei amici che mi dicono che devo accettare che questi mi vogliono uccidere, ma io non mi i rassegno, io mi sento come un treno in corsa anche qui, un treno che non si può fermare.”

Non posso fare altro che raccogliere i tre messaggi che in modo sempre più chiaro Carlo mi ha voluto inviare: nel primo mi ha detto che lo stavo importunando, nel secondo che stavo invadendo il suo spazio privato e nel terzo (il sogno) che mentre Carlo sta vivendo con grande angoscia i nostri incontri, io molto tranquillamente (impersonato dall’uomo con la barba) gli parlo della sua parte “piccola”, parte lui non riesce a riconoscere come appartenente a se stesso, tant’è che il bambino è in realtà la figlia di questo “sconosciuto”, o meglio del terapeuta, non la figlia del paziente.
Carlo mi sta dicendo che in questi incontri in realtà non ci siamo incontrati davvero, perché io non ho colto la sua vera angoscia, la sua vera disperazione.

Carlo ha mandato segnali sempre più forti e più chiari affinché io mi rendessi conto di quanto stava avvenendo nella nostra relazione.
Analizzare con maggiore attenzione quanto era avvenuto fra me e il paziente mi ha permesso di cogliere che anche se le mie interpretazioni erano corrette dal punto di vista del contenuto, in realtà erano distanti dalla esperienza emotiva che lui stava portando in quel momento.
Odgen (2016) mette in guardia dal rischio di costruire interpretazioni più “esplicative” che non “comprensive”, cioè interpretazioni “oggettive,” fredde che facciano sentire il paziente solo, e di come sia importante parlare davvero con il paziente piuttosto che
del paziente.

E questo era proprio quello che io avevo fatto con lui.
Le mie interpretazioni, forse suscitate da un mio atteggiamento difensivo, non erano state in grado di cogliere un punto fondamentale della nostra relazione: quando raccontava di sentirsi non considerato all’interno di una qualche relazione, stava parlando di come si sentiva con me e io inconsapevolmente “rinforzavo” questo suo pensiero, mettendo in discussione il suo modo di vedere le cose, invece di soffermarmi sul vissuto che lui portava all’interno del nostro rapporto dove in qualche modo anche io ero implicato. In altre parole è come se io mi chiamassi fuori, da quello che avveniva all’interno del nostro rapporto mettendo in discussione lui e quindi facendolo sentire inadeguato.
Così non avevo costruito una vera alleanza terapeutica e le mie teorie, le mie interpretazioni, sono state vissute come intrusioni nella sua vita, come accuse, attivando così i sentimenti persecutori del paziente.
Una volta compreso quello che stava accadendo nella nostra relazione, ho potuto rapportarmi al paziente in modo diverso, entrando davvero in rapporto con lui e questo ha prodotto un miglioramento repentino, non solo della nostra relazione, ma anche del suo stato d’animo. Evidentemente il paziente si è sentito finalmente capito e questo gli ha dato un senso di serenità e di sicurezza che era mancato fino a quel momento.
Vediamo adesso di comprendere la cornice di riferimento in cui leggere quanto viene riportato.

La dinamica “psicologo paziente”, ovvero il concetto di transfert

Nei casi che abbiamo presentato si colgono bene tutti quegli aspetti legati alla relazione terpeutica che fanno parte della cornice di riferimento della psicoterapia dinamica e che possiamo qui schematizzare:

  1. Vale la regola fondamentale che nel momento in cui il paziente sta parlando di fatti che apparentemente hanno a che fare con la realtà esterna, in realtà sta mettendo in luce anche quello che lui vive nella relazione terapeutica. Se il paziente dice di essere stato “maltrattato da bambino” per esempio ci fa capire che questo è il suo schema di pensiero per quanto riguarda le relazioni. Ferro (2007) parla di “fantasia inconscia persecutoria che potrebbe essere proiettata sul terapeuta” (ibidem).
  2. Anche qualora la percezione che il paziente ha del terapeuta arriva dalla sua storia, è possibile che si verifichi una “assunzione di ruolo da parte del terapeuta.” (esempio, il soggetto che pensa di essere svalutato è come se “inducesse” questo comportamento nelle altre persone)
  3. Come abbiamo ben visto nel caso clinico presentato, ci si deve quindi ricordare che quello che il paziente vive, nel suo rapporto con il terapeuta, è frutto non soltanto di quello che lui porta nella relazione, ma di quello che avviene fra le due persone, che sono entrambe in gioco per determinare quel tipo di vissuto.
  4. Secondo l’assunto di Bion, “il paziente è il nostro migliore collega” e quindi noi dobbiamo fare attenzione ai rimandi, alle sue comunicazioni, che consentono un continuo monitoraggio per capire come vengono percepite le nostre interpretazioni.
  5. Come i nostri interventi possono fare bene al paziente, così allo stesso modo possono danneggiare, possono fare male al paziente

Ferro (1997) ci ricorda di prestare attenzione non solo alle capacità ricettive del paziente e quindi di non cimentarsi in interpretazioni che non può elaborare, ma anche a tener presente che il “campo” della relazione è uno spazio che consente operazioni trasformative, narrative che preludono ad altri cambiamenti. Aggiungiamo noi che all’interno di questo spazio è necessario che si realizzi un incontro vero, autentico da parte del terapeuta, solo così il paziente può sentirsi capito e aiutato.

Dr. Daniele Molho psicoterapeuta Magenta, Corbetta

BIBLIOGRAFIA

Bion W.R (1962): “Apprendere dall’esperienza” Armando, Roma 2009;

Ferro A. (2007): “Implicazioni cliniche del pensiero di Bion” in “Sognare l’analisi” Bollati Boringhieri. Torino, 2007;

Ferro A. (1996): “Nella stanza di analisi” Bollati Boringhieri. Torino, 1997;

Odgen T.H. (2005) “L’arte della psicoanalisi” Raffaello Cortina. Milano, 2008;

Odgen T. H (2001) “Conversazione ai confini del sogno.” Astrolabio, Roma (2002)

By | 2020-08-28T14:31:22+00:00 Agosto 17th, 2020|Home Page, Uncategorized|0 Comments

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