COSA SUCCEDE QUANDO PERDIAMO LA PERSONA AMATA?

Tra gli eventi della nostra vita la perdita di una persona amata rappresenta uno dei momenti più dolorosi. Chi non ha sperimentato la fine di una relazione affettiva dove sembra che ci cada il mondo addosso, siamo pervasi da un senso di vuoto e di angoscia, non dormiamo, non mangiamo più, niente più ci interessa, se non recuperare l’amore perduto? Per non parlare poi dei veri e propri lutti, come quello legato alla morte di persona cara come un genitore, un compagno, un amico, tutti eventi che ci segnano irrimediabilmente . La nostra vita è scandita da eventi di dolore e di gioia che hanno sempre a che fare con le vicende che coinvolgono le relazioni in quanto il nostro bisogno di legami affettivi è qualcosa di assolutamente fondamentale che fa parte dei bisogni dell’individuo in tutto l’arco della vita. 

Scriveva Freud nel 1929: -“mai come quando amiamo prestiamo il fianco alla sofferenza, mai come quando abbiamo perduto l’oggetto amato o il suo amore, siamo così disperatamente infelici”. Sappiamo d’altro canto che proprio la capacità di amare e quindi la possibilità di tollerare il dolore di una perdita, rappresenta l’unica strada per una vita affettiva soddisfacente. Da sempre la psicoanalisi ha collegato il lutto e la depressione in età adulta, alle esperienze affettive dell’infanzia. Melanie Klein(1940), una pioniera della psicoanalisi scrive: “Credo che la felicità goduta nel’ infanzia e l’amore per l’oggetto buono che arricchisce la personalità siano alla base della capacità di godere e di sublimare”. L’autrice prosegue affermando che un felice rapporto con la figura materna mitiga l’odio e le angosce permettendo di affrontare il dolore e la perdita. Secondo Freud, per esempio, mentre in uno stato di lutto normale la persona sente il mondo esterno come impoverito, in quanto è predominante la mancanza di una persona cara, nella depressione o nel lutto patologico, è una parte di se che si sente perduta e danneggiata.

Nella letteratura psicoanalitica si considera che il modo in cui una persona adulta affronta un evento di lutto, è legato alle esperienze che lo stesso ha vissuto nell’infanzia. Secondo J. Bowlby (1969), precursore di un filone di ricerca chiamato “teoria dell’attaccamento” un bambino che ha vissuto con la propria madre un attaccamento instabile e insicuro sarà più soggetto, da adulto, a reagire alle esperienze di perdita sviluppando uno uno stato depressivo in quanto sarà indotto a collegare il vissuto della perdita secondo la stessa modalità con cui lo ha vissuto da bambino, cioè pensando di essere indegno di essere amato.  Bisogna però ricordare che oggi le ricerche hanno dimostrato che il legame di coppia che costituisce “un ambiente terapeutico naturale” è in grado di modificare e risolvere quegli aspetti conflittuali acquisiti nell’infanzia in seguito ad esperienze disturbanti.

Lo stesso autore si è soffermato sull’evento della perdita del compagno in età adulta, evento definito da Bowlby (1980) “perdita irreparabile.”

Sono infatti molte le ricerche che dimostrano come il legame di coppia, sia in grado di migliorare la salute fisica e psichica dell’adulto e rappresenti qualche cosa di così fondamentale nella vita dell’individuo da non potere essere sostituito da altri legami come quello delle amicizie.

Il mito stesso della creazione sembra volere indicare questo concetto.  Come afferma Laras (2009): “Adam è il nome comune che indica tanto l’uomo che la donna.”Nel giorno in cui Dio creò l’uomo lo fece a somiglianza di Dio. Li creò maschio e femmina, li benedì e dette loro il nome di “uomo” (Adam) nel giorno in cui furono creati.”Genesi (5, 1-2). L’autore rileva quindi che il passo citato suggerisce che l’uomo solo non è soltanto imperfetto, ma non può neppure chiamarsi uomo.

 

Bowlby studiando la reazione emotiva del coniuge alla perdita del compagno, ha rilevato che le reazioni emotive sono per certi versi simili a quelle che si manifestano in età evolutiva, dal momento che il partner sostituisce la figura genitoriale come fonte principale di sicurezza. l’autore ha evidenziato 4 fasi nella reazione emotiva alla morte prematura del coniuge:

  • 1 Lo stordimento. In questa fase il soggetto può manifestare la difficoltà ad accettare emotivamente la notizia portandolo a presentare una calma innaturale alternata a momenti di disperazione.
  • 2 la fase di ricerca a struggimento: fase della collera. Questa fase, descritta da Bowlby “tristezza senza scampo” è caratterizzata da rabbia a disperazione, dalla ricerca di reinstaurare il legame perduto pur nella consapevolezza dell’impossibilità del ritorno in vita del partner. La vita del coniuge superstite è in questa fase ancora organizzata intorno al legame con il partner defunto attraverso la sensazione di udire i rumori che denoterebbero la sua presenza. questa fase, secondo Bolwlby è simile a quella della protesta del bambino quando viene temporaneamente separato dalla madre.
  • 3 la fase della disorganizzazione e della disperazione. Questa fase rappresenta il momento di presa di coscienza della perdita della persona ed è quindi contrassegnata da senso di vuoto e da disperazione.
  • 4 la fase della riorganizzazione. In questa fase il soggetto inizia una lenta ristrutturazione della propria vita affettiva, da una parte realizzando dei cambiamenti che sono più adeguati alla nuova realtà ma dall’altra mantenendo alcuni schemi e valori della vita precedente che consentono di perpetuare un senso di continuità con la vita precedente. In tal modo viene mantenuto il legame interno e un dialogo interiore con il partner.

In realtà la maggior parte delle separazioni avvengono non per la morte del coniuge, ma perché si verificano talvolta separazioni e rottura dei legami nella coppia.  Viene quindi da chiedersi quale è la differenza tra il lutto causato dalla morte del congiunto, rispetto a quello provocato da una separazione come un divorzio? Come spiega Cavanna (2009) questa ultima situazione ha una specificità che la differenzia fortemente dal lutto dovuto alla morte del coniuge: ” Essa appare come la più traumatica tra gli eventi separativi, perché rompe un legame di attaccamento azzerando le componenti costitutive del legame stesso, quale il senso di sicurezza, di fiducia, di intimità e di vicinanza emotiva”. L’autrice si sofferma sulla specificità di quest’ultimo tipo di separazione, individuando alcuni aspetti:

  • Lo sbilanciamento dei tempi del lutto: In questa fase il partner che subisce l’abbandono vive il “lutto” senza la possibilità di trovare nel compagno conforto e vicinanza. Quest’ultimo infatti, che ha preso la decisione di separarsi, ha già affrontato questa fase e quindi si trova in una situazione di distanza emotiva dal partner.
  • L’enfasi dei comportamenti di richiamo: con questo termine si intende il comportamento di richiamo che il soggetto abbandonato mette in atto per fare si che il partner desista dal suo intento
  • L’aspetto di trauma e paradosso: e cioè il partner che viene lasciato è indotto a chiedere protezione e conforto alla stessa persona che causa la sofferenza.

Anche queste fasi si concludono con una fase di riorganizzazione e di cambiamento che porta il soggetto a ristrutturare la sua vita dal punto di vista emozionale.  Sembra quindi paradossalmente che la separazione, ancora di più ancora della morte del coniuge, è in grado di innescare uno stato di crisi più complicato da risolvere.

Cavanna (2009), facendo riferimento anche a ricerche in questo campo,  descrive come non sia facile separarsi anche quando la coppia decide consensualmente di lasciarsi dopo un lungo periodo di crisi.  La relazione di coppia costituirebbe un baluardo nel proprio bisogno di sicurezza e protezione, pertanto la separazione produce sempre uno stato di sofferenza. La stessa autrice si domanda quindi “che cosa si separa realmente quando una coppia si lascia”. La risposta a cui perviene l’autrice, riportando le ricerche di Santona e Zavattini (2008) è che: “..non si separano solo due persone, ma termina o cessa  quella modalità o strategia inconscia di regolazione del Se affidata alla relazione con quel partner.” In questo senso separarsi significa, non solo separarsi dall’altro, ma anche separarsi da qualche cosa di se che è stato consegnato alla relazione.

Dott. Daniele Molho, psicologo, psicoterapeuta Corbetta – Magenta

BIBLIOGRAFIA

  • Bowlby J (1969) Attachment and loss Vol.1. attachment, New York Basic Books; trad. Italiana. “attaccamento e perdita vol. 1. “L’attaccamento alla madre.” Torino, Bollati Boringhieri, 1982
  • Bowlby J (1980) Attachment and loss Vol.3. Loss, Sadness and Depression, New York Basic Books; trad. Italiana. “attaccamento e perdita vol. 3 “la perdita della madre”. Torino, Bollati Boringhieri, 1982
  • Cavanna D. (2009) “crisi e sofferenza nella separazione” in Carli L. Cavanna D. Zavattini G.C. “Psicologia delle relazioni di coppia. Bologna. Il Mulino 2009
  • Klein M (1940) “Mourning and its Relation to Manic Depressive States”
  • Laras G.(2009) “Meglio in due che da soli” Garzanti, Milano.
By | 2023-11-26T08:14:22+00:00 Settembre 25th, 2018|Uncategorized|0 Comments

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