FATTORI RELAZIONALI E PSICOLOGICI DELLA SESSUALITA’

LO SVILUPPO PSICOSESSUALE

A differenza di quanto avviene nel mondo animale, dove il comportamento sessuale è qualcosa di meramente istintivo e dipende appunto da cicli biologici, nell’uomo i fattori ambientali e psicologici hanno la preminenza.
Attraverso una visione che tenga conto della persona nel suo insieme, sia nelle sue componenti fisiologiche, sia in quelle psicologiche, poteremmo considerare la sessualità, non solo come un programma di accoppiamento finalizzato alla riproduzione, ma anche come un “programma biologico orientato a favorire la costituzione ed il mantenimento dei legami di coppia” (In Bara – “Manuale di psicoterapia cognitiva.” Bollati Boringhieri. Torino).

In questa impostazione il sesso verrebbe studiato dal punto di vista “relazionale”, cioè come uno dei possibili modi per incontrarsi con un’altra persona, fare conoscenza attraverso una modalità ricca e complessa che prevede l’attivazione del sistema biologico, cognitivo, emozionale e comportamentale dell’individuo.

La “relazione di attaccamento” è appunto una peculiarità del tutto umana che l’individuo sperimenta per tutto il corso della sua vita; in particolare è la relazione “madre – bambino”, come la psicoanalisi ha messo in luce, quella che in grado di condizionare tutto lo sviluppo psicosessuale del soggetto.

La psicologia e in particolare la psicoanalisi hanno scoperto come la sessualità sia una specie di “punto nodale” attorno al quale ruota tutta la vita emotiva dell’individuo e di come le prime esperienze infantili siano in grado di pregiudicare la sessualità dell’individuo adulto e talvolta l’organizzazione stessa della personalità.

Come affermato dello stesso Freud infatti: “il compiersi della funzione sessuale normale presuppone un decorso molto complicato, ad ogni tappa del quale può inserirsi un disturbo” ( Freud, S. “inibizione, sintomo e angoscia vol. 10 pag. 238 tr. It. Boringhieri, Torino,1979).

E’ la sessualità infatti quella che permette al bambino di sperimentare il piacere della suzione e quindi fin dalle primissime fasi della sua vita, di investire affettivamente e sessualmente la propria madre .

Le pulsioni sessuali che il bambino vive verso la propria madre alimentano un conflitto psichico che culmina in quel famoso “complesso edipico”, ormai da tutti conosciuto, almeno per sommi capi.

In una fase successiva il bambino cercherà di reprimere, e quindi di superare, queste pulsioni sessuali verso il proprio genitore, all’inizio ciò verrà fatto per il timore di una punizione, successivamente per evitare di sentirsi in colpa.
Se tutto queste processo viene compiuto senza incidenti, il bambino sarà in grado scindere la pulsione sessuale da quella affettiva e sarà così in grado di amare i propri genitori senza che ciò attivi contemporaneamente la spinta sessuale.

La linea affettiva e quella sessuale si riuniranno, molto più avanti, nell’adolescenza, dove per la prima volta l’individuo sarà in grado di dirigere su una stessa persona queste due correnti. È l’inizio della sessualità genitale adulta.

Alcuni autori mettono l’accento sul fatto di come tutto questo processo incida sulla propria identità sessuale.

Se da bambini ci si riconosce innanzitutto come dei “maschietti” o delle “femminucce”, successivamente è il rapporto sessuale con l’altro a permettere di confermare o di rassicurarsi sulla propria “identità sessuale” che è parte integrante del proprio Sé.

In particolare l’uomo, rispetto alla donna, sembra avere più bisogno di trovare conferme rispetto alla sua virilità che spesso è associata al numero dei rapporti sessuali che riescono ad attuare. Se nella fase adolescenziale questo bisogno di conferme trova una spiegazione nei cambiamenti biochimici, morfologici e psicologici di questa fase, successivamente sarebbe la qualità della relazione sessuale a qualificare un rapporto come adulto.

La sessualità, infatti, non è per definizione “predatoria” e non può essere intesa come funzione solo di scarico della tensione, ma anche di reciprocità affettiva (Fornari F, 1975, Genitalità e cultura. Feltrinelli, Milano)

Non è questa la sede per addentrarci nelle problematiche psicosessuali descritte dalla psicoanalisi, ci basti rilevare in che misura la sessualità umana è in grado di incidere sulla vita intrapsichica e relazionale dell’individuo, fin dalle primissime fasi della sua vità.

Infatti, con le parole dello stesso Freud, si può affermare: “Dalla sessualità infantile emerge la sessualità normale dell’adulto attraverso una serie di processi evolutivi, di combinazioni, scissioni e repressioni che non si svolgono mai con perfetta compiutezza e lasciano per ciò dietro di sé le disposizioni al regredire della funzione sotto forma di stati patologici.” (Freud, “l’interesse per la psicoanalisi – vol. 7 pag.263 in “Opere” tr. It. Boringhieri, Torino, 1979).

IL SIGNIFICATO DEL SINTOMO SESSUALE

A differenza di quanto si credeva fino a pochi anni fa, oggi il sesso, e quindi le problematiche sessuali, devono essere trattate secondo un’impostazione fisiologica e psicologica insieme. Da questo punto di vista è difficile stabilire fino a che punto un disturbo sessuale sia “organico”, piuttosto che “psicologico” in quanto è molto difficile risalire a quei meccanismi “causa-effetto” che dalla sfera ”psicologica” a quella fisiologica determinano il disturbo.

Esempio ne è il classico “circolo vizioso” dove il possibile deficit organico determina una reazione psicologica molto spesso di ansia e di insicurezza che “rinforza” il disturbo stesso e talvolta lo automantiene anche quando lo stesso deficit organico è stato superato.

I fenomeni fisiologici (biochimici, nervosi ecc…) che si attivano in risposta ad uno stato di eccitazione sessuale possono funzionare adeguatamente soltanto se il soggetto è in uno stato di calma e serenità.

Come spiega Kaplan (1976), l’individuo per un buon funzionamento sessuale, deve essere in grado di abbandonarsi all’esperienza erotica, deve cioè essere capace di rinunciare temporaneamente al controllo sull’ambiente.

Situazioni di stress, di ansia, o come vedremo meglio in seguito, di problematiche psicogene di vario tipo sono in grado di compromettere la reazione sessuale (e quindi anche il piacere sessuale) allo stesso modo dei problemi di natura organica.

È ormai quindi riconosciuto che i disturbi sessuali devono essere trattati secondo una visione “psicosomatica”, o meglio, secondo un modello di studi che tenga conto del soggetto nei seguenti aspetti:

  • biologico;
  • psicodinamico (conflitti intrapsichici ed inconsci);
  • cognitivo-comportamentale (effetto di apprendimenti, valutazioni e comportamenti);
  • relazionale (effetto di una determinata modalità comunicativa all’interno della coppia).

Fermo restando il fatto di un approccio multicasuale, dove cioè le disfunzioni sessuali possono essere provocate da un gran numero di fattori e che quindi l’intervento può rendersi necessario a più di un livello, ci occuperemo , in questo capitolo, dei fattori psicologici in grado di determinare i disturbi sessuali.

Parlando di disturbi sessuali psicogeni è però necessario precisare che non vi è una coincidenza diretta fra uno specifico disturbo e l’organizzazione della personalità sottostante.

Una disfunzione erettiva per esempio potrebbe segnalare la presenza di un quadro depressivo come anche una reazione di evitamento, di tipo ansioso, verso il sesso o verso il coinvolgimento emotivo nella relazione di coppia.

Il sintomo sessuale, secondo Freud, verrebbe considerato come una difesa contro l’angoscia che come sappiamo emergerebbe di fronte ad uno stato di pericolo.

Il conflitto è molto spesso inconscio, possono essere inconsce le ragioni che portano al sintomo sessuale, quale la paura di essere respinti, non accettati per quello che si è, o la possibilità di avere troppo bisogno dell’altro, che è sentita come una minaccia per la propria integrità.

In accordo con Baldaro Verde e Pallanca (J. Baldaro Verde, G.F. Pallanca, 1984, “Illusioni d’amore”. R. Cortina, Milano) si può riconoscere nel disturbo sessuale una “disconferma” della relazione amorosa.

In questa prospettiva il disturbo sessuale non è più una “malattia” del portatore, ma “un problema di relazione, una malattia della coppia, una comunicazione che l’uno fa all’altro, il cui significato dobbiamo cercare di comprendere” (J. Baldaro Verde, G.F. Pallanca, 1984).

Gli autori assumono che vi siano diversi significati nel sintomo sessuale psicogeno a seconda del periodo di insorgenza; ben diverso per esempio è il caso di un sintomo sessuale che compare in un ragazzo durante le sue prime esperienze sessuali, piuttosto che quello che si presenta all’interno di una relazione di coppia consolidata.

  • Un sintomo sessuale che si presenta nella fase delle prime esperienze, può molto spesso essere determinato dal fatto che, come accade spesso, il primo rapporto sessuale è, per il maschio, del tutto o in parte insoddisfacente a causa di paure, ansia da prestazione; in particolare l’emozione di trovarsi di fronte a qualcosa a lungo desiderato può far scaturire nell’uomo reazioni di impotenza o eiaculazione precoce.
    Secondo diversi autori il primo rapporto sessuale non è finalizzato alla “ricerca del piacere”, ma servirebbe a confermare la propria identità in un momento particolarmente critico quale quello adolescenziale.
    “Le aspettative reciproche legate al primo rapporto sessuale sono spesso riassunte da un più o meno esplicitato obbligo di ricercare e offrire piacere. L’uomo non si sente tale se non porta la donna all’orgasmo e la donna si sente meno donna se non lo raggiunge!” (Jole Baldaro Verde, 1990, Lo spazio dell’illusione, Cortina Editore, Milano).
    Il primo rapporto sessuale sarebbe quindi una sorta di “sperimentazione” che consentirebbe all’individuo di confermarsi sessualmente come soggetto “adulto”.
    Molto spesso inoltre il primo rapporto sessuale avviene in un momento psicologicamente critico per la vita dell’individuo cioè la prima o seconda adolescenza.
    In questa fase si vivono dei cambiamenti morfologici, biologici e psicologici che non hanno paragoni in nessuna altro momento della vita.
  • Il sintomo sessuale che compare all’interno di una relazione dopo un periodo senza problematiche sessuali metterebbe in evidenza la paura della dipendenza erotica nei confronti di un’altra persona cosicché possono scattare meccanismi difensivi che spingono il soggetto a ritenere che sia troppo pericoloso “lasciarsi andare”.
    Paradossalmente sembra proprio la relazione sulla quale si vorrebbe investire maggiormente quella che, su un altro piano, potrebbe scatenare quei meccanismi difensivi che, se il soggetto non è in grado di riconoscere e di disinnescare, possono avere una ripercussione proprio sul piano sessuale.
    Dal punto di vista psicologico si può ritenere che il soggetto non sia in grado di affrontare il rischio legato ad una relazione dalla quale potrebbe derivare dolore.
    In tutti questi casi, dopo che il paziente è stato rassicurato sul fatto che non vi sono problemi di natura organica, è senza dubbio indicato un intervento psicologico o psicoterapeutico in grado di riconoscere e risolvere quel disagio emotivo sottostante che ha appunto causato il sintomo sessuale.

IL DESIDERIO

Il desiderio può essere considerato come la motivazione di tutti i comportamenti dell’uomo; si tratta di un sentimento complesso, variabile e contraddittorio.

Al fine di definire il limite tra normalità e patologia, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV) sottolinea che, nel parlare dei disturbi del desiderio sessuale, non è suffiiciente che vi sia una qualche inibizione della motivazione a vivere la sessualità, ma è anche necessario che questa anomalia sia causa di: “notevole disagio o difficoltà interpersonali.”

La riduzione del desiderio e dell’attività sessuale, in effetti può venire per svariati motivi che hanno a che fare con una libera scelta ideologica, religiosa, o di altra natura, come il caso dell’individuo che tende a sopprimere il desiderio in attesa di incontrare un partner soddisfacente.

Dr. Daniele Molho – psicologo psicoterapeuta sessuologo a Magenta – Corbetta