IL METODO BALINT NELLE RELAZIONI DI AIUTO E NEL LAVORO DELLO PSICOLOGO: SINTESI DI UNA ESPERIENZA DI FORMAZIONE Dr. Daniele Molho

 

 

L’’intento di questo articolo è quello di riportare l’esperienza di un Gruppo Balint condotto con alcuni psicologi che operano presso i servizi pubblici (consultorio, Sert ecc..) di una Azienda Sanitaria della provincia di Milano. Lo scopo è quello di descrivere come questa metodologia sia rivelata particolarmente efficace per la discussione dei casi, malgrado i diversi ambiti di attività degli psicologi e i diversi orientamenti di ognuno a seconda della propria scuola di provenienza. Sulla base dell’esperienza effettuata infatti è possibile affermare che nessun’altra metodica sarebbe stata più efficace per gli obiettivi formativi che ci si è proposti.

Scopo dell’iniziativa era infatti quella di creare una opportunità formativa che desse la possibilità di entrare nel vivo del proprio lavoro affrontando le problematiche dei casi in psicoterapia o in consultazione. Ciò partiva dalla considerazione che ogni operatore si trova nella gestione del caso in uno stato di solitudine reso ancora più difficoltoso nel momento in cui si deve fare i conti con l’impatto emotivo che si viene a creare nell’incontro con l’altro.

Si è a lungo dibattuto su quale fosse l’approccio migliore perché ogni psicologo seguiva un indirizzo teorico e metodologico diverso, a seconda della propria formazione, inoltre si voleva escludere l’ipotesi di una supervisione di gruppo che presuppone un approccio del tipo docente – allievi che sembrava poco confacente alla forma che si sarebbe voluto dare a questa esperienza.

Alla fine la scelta di utilizzare il “Gruppo Balint” si è rivelata come particolarmente indicata non solo per ovviare a queste problematiche, ma soprattutto perché avrebbe dato l’opportunità di focalizzarsi non tanto sui contenuti dell’ “intervento terapeutico”, come di solito si fa in una supervisione,  ma sulla relazione terapeutica.

Sappiamo, a partire dalle ricerche di quasi 50 anni fa (Lybosky e Singer -1975; Bordin-1979), che la alleanza di lavoro, la relazione psicologo- paziente è alla base della efficacia terapeutica, a punto da costituirne anche l’obbiettivo. Quale altra tecnica meglio del “gruppo Balint” avrebbe potuto farci entrare nel vivo della relazione terapeutica?

Inoltre dotarsi di uno spazio di dialogo e di confronto comune, per operatori che lavorano nella stessa realtà, ma che spesso hanno poca occasione di dialogo sui casi in carico, avrebbe avuto il grande vantaggio di incrementare la comunicazione, la sinergia e la coesione del gruppo stesso, attraverso l’apporto che ogni singolo membro può offrire agli altri colleghi.

 

Ma vediamo sinteticamente i principi e il metodo della tecnica Balint:

 

I GRUPPI BALINT ASPETTI TEORICI E METODOLOGICI

-Nelle professioni di aiuto, a qualunque categoria essi appartengano, (assistenti sociali, educatori, infermieri, medico ecc..) si rende indispensabile, oltre ad una adeguata conoscenza tecnica, una formazione alla dimensione relazionale. Mentre la nostra cultura tende a fare prevalere la conoscenza e la formazione (o meglio informazione) tecnica, poca attenzione viene dedicata da un aspetto fondamentale per l’operatore sociale e sanitario, cioè all’addestramento al rapporto interpersonale.

In una relazione di aiuto con un soggetto che si trova in una condizione di difficoltà, di bisogno, l’operatore si trova ad avere a che fare con un insieme di aspetti affettivi ed emotivi di fronte ai quali egli agisce con il proprio “stile personale.”

Sappiamo infatti che una relazione sbilanciata induce generalmente sentimenti ambivalenti di paura e/o di rabbia, di ribellione, o di sottomissione, questo aspetto ha assunto una tale rilevanza che alcuni autori hanno teorizzato la presenza di una sorta di “campo bipersonale” che investe entrambi i membri della relazione.

Chi non ha sperimento per esempio come determinate situazioni emotive che si vengono a determinare nel lavoro possono provocare, come difesa, irrigidimenti e distorsioni della propria risposta all’utente che poi si risolvono in un atteggiamento di distanza, oppure, ad esempio, di competizione simmetrica tra i due poli della relazione?

Per queste ragioni una relazione di aiuto, come quella che vive l’operatore con il soggetto deve sempre prevedere un momento di riflessione sulle dinamiche relazionali. Il metodo messo a punto da Michael Balint rappresenta lo strumento più adeguato per raggiungere questa migliore comprensione.

La finalità del gruppo Balint quindi non è quella di analizzare egli operatori, e neppure di risolvere le problematiche relative ai singoli casi, ma di usare il materiale presentato in discussione per un addestramento pratico alla relazione.

Lo scopo degli incontri è quello di affrontare e capire che cosa non ha funzionato sul piano della comunicazione fra operatore e soggetto prendendo in esame le situazioni che vengono portate dei membri stessi del gruppo. Si tratta quindi di analizzare e capire la situazione problematica e non trovarne la soluzione.  Esempi di questo tipo possono essere le situazioni in cui l’operatore ha avuto l’impressione di non essere stato capito o che ha dato una risposta non opportuna, oppure è stato l’utente ad avere avuto una reazione apparentemente incomprensibile. Tutte queste situazioni verrebbero analizzate con lo scopo di comprendere che cosa è effettivamente successo fra le persone in quel momento.

Il gruppo, ponendosi come “punto di vista esterno,” in grado di analizzare le dinamiche che si sono instaurate nel colloquio fra lo psicologo e il paziente, ha l’enorme vantaggio di cogliere quegli aspetti che sono sfuggiti all’operatore che ha gestito il colloquio, proprio perché era personalmente coinvolto nella relazione stessa.

Colui che porta il caso può raccontare di una situazione in cui vi è stato qualche cosa di non chiaro fra lui e l’utente, qualche cosa cha ha lasciato uno stato di disagio, o magari al contrario che ha generato un senso di soddisfazione, in altre parole possono essere discussi tutti i momenti ritenuti significativi.

questo metodo si propone di stimolare nell’operatore e nel gruppo una migliore comprensione degli accadimenti psicologici e relazionali che si verificano nel contesto di una determinata consultazione in cui il professionista è implicato e che talora rimangono come sfumature sullo sfondo. Attraverso la ricostruzione della “vignetta” il gruppo ottiene una visione più completa delle “molte facce della consultazione” cioè dello scambio operatore utente e delle implicazioni emotive in atto. Il metodo Balint non offre soluzioni ma stimola riflessioni e insight personali e di gruppo in un clima che Balint stesso ha descritto “research cum training”.

Nel gruppo ogni partecipante interviene nel cercare di dare un senso all’avvenimento raccontato secondo un’ottica in cui non vi sono verità assolute ma in cui ogni membro offre la sua prospettiva, che non è né giusta ne sbagliata, ma è un pezzo di verità che contribuisce alla comprensione del  caso in esame.

Casati (1992), parla a questo proposito di una “democrazia delle prospettive”, in cui il gruppo partecipa alla condivisa costruzione di un possibile significato della situazione descritta dal collega.

Nei gruppi Balint si cerca di instaurare un’atmosfera libera, dove ognuno possa esprimersi in modo spontaneo, senza il timore di essere giudicato. Lo stesso Balint (“Medico, Paziente e Malattia”, 1990) ha così espresso questo concetto: “…un’atmosfera intrisa di spontaneità di fronte ad un Leader non onnipotente…, in cui ognuno possa parlare senza fretta, mentre gli altri ascoltano con spirito libero e fluttuante.”

A differenza dei gruppi “autocentrati”, dove il focus dell’osservazione sono le problematiche psicologiche dei membri del gruppo, nella tecnica Balint si costituiscono gruppi “etero centrati”, dove si discuterà di quanto avvenuto tra utente e operatore senza prendere in alcun modo in considerazione le eventuali problematiche personali del partecipante in relazione al caso portato.

 

Altro elemento importante è che non vi sia alcun rapporto gerarchico fra i membri del gruppo, solo così può crearsi un atmosfera libera, dove ognuno può esprimersi in modo spontaneo, senza il timore di essere giudicato.

In questi incontri si lavora insieme sul versante cognitivo, ma soprattutto emotivo, su due livelli: quello del rapporto operatore-soggetto e quello tra l’operatore che relaziona il caso e il gruppo, consapevoli che il gruppo facilita la meta-cognizione (cioè la capacità di pensare sul pensare).

 

L’ESPERIENZA DEL GRUPPO BALINT CON GLI PSICOLOGI DEL MAGENTINO

 

Gli psicologi che operavano presso i servizi pubblici della azienda sanitaria in questione hanno avuto la possibilità di inserire questo progetto all’interno del piano formativo aziendale del 2015 sula base delle finalità e degli obbiettivi formativi di seguito descritti:

Finalità: ci consente di proporre un progetto formativo che non abbia a che fare con lezioni teoriche, di supervisione, o che ricalchi il solito schema docente- allievo, ma dove invece è il gruppo stesso protagonista, attraverso l’apporto di ognuno dei membri, sulla discussione di un caso problematico portato a turno da un partecipante e dove ogni singolo membro ha la possibilità di riflettere sulle risonanze emotive del caso in discussione, al di là del proprio approccio teorico e metodologico.

 

Obbiettivi alla luce della necessità di interventi mirati, l’obbiettivo è quella di sensibilizzare gli operatori sugli aspetti emotivi, che talvolta inconsapevolmente entrano in gioco nell’interazione con l’utente determinando l’esito dell’intervento.

  • Codifica di ciò che il paziente chiede (e di come l’operatore risponde) al di là della richiesta manifesta;
  • Creazione di una rete di condivisione, di confronto fra colleghi;
  • molteplicità di punti di vista sul medesimo caso
  • Miglioramento delle capacità di osservazione in merito agli aspetti comunicativi e relazionali dell’incontro con il soggetto;

 

Metodo: gruppi di discussione secondo il metodo Balint fra soggetti della durata di un’ora e trenta ciascuno.

Verifica degli obbiettivi formativi

  • Attraverso un questionario a risposte aperte alla fine del corso

 

La ricaduta del metodo formativo può essere così sintetizzata:

Ricaduta sul professionista

  • Soddisfazione professionale e riscoperta del piacere di curare
  • Motivazione professionale a migliorarsi nel rapporto di cura con i pazienti
  • Capacità di ascolto delle richieste e di risposta ai bisogni di cura
  • Collaborazione con altri professionisti nella gestione del paziente
  • Gestione dello stress

Ricaduta sul paziente

  • Si sente considerato come persona nella sua complessità e non come sintomo o patologia
  • Maggiore considerazione
  • Miglioramento della qualità della presa in carico del paziente

 

Ricaduta sull’organizzazione:

  • Diminuzione della “Sindrome da spossatezza” dei professionisti
  • Prevenzione del Burn-out professionale
  • Umanizzazione del rapporto professionista sanitario-paziente
  • Clima relazionale più aperto al confronto professionale e interprofessionale
  • Umanizzazione e qualità della presa in carico (care) e della cura (cure)

 

SINTESI DELL’ESPERIENZA

Gli psicologi che hanno deciso di prendere parte a questo momento formativo sono stati in tutto 13, (limite massimo consentito per questo tipo di esperienza) provenienti dai Servizi di Busto Garolfo, Legnano, Parabiago e Cuggiono. Vi erano presente anche un leader e un coleader.  In tutto sono stati effettuati 4 incontri della durata di 3,45 ore circa ciascuno, così da permettere due sessioni di discussione di circa un’ora e mezza l’uno. I casi da trattare in ogni sessione sono stati scelti sulla base di quelli portati dai colleghi nella fase inziale dell’incontro. Una volta scelto il caso questo è stato presentato dall’operatore che poi ha lasciato spazio ai colleghi che hanno espresso una valutazione di quanto avvenuti fra ai due soggetti.

I partecipanti sono tutti intervenuti sulla discussione del caso di volta in volta portato secondo un approccio “intellettuale”, ma soprattutto utilizzando il “versante emotivo” in quanto attraverso processi di identificazione e introspezione si è cercato di raggiungere “comprensione affettiva”, fondamentale per entrare in risonanza affettiva con l’altro.

Proprio questa impostazione, basata sulla valorizzazione e sulla condivisione dei punti di vista e delle percezioni, ha fatto si che questa iniziativa abbia ottenuto un ottimo riscontro da parte dei partecipanti. In particolare i soggetti hanno apprezzato la possibilità di avere una opportunità di riflettere sul proprio modo di lavorare in rapporto ai pazienti al fine di migliorare la qualità della presa in carico e del trattamento di cura.

 

Dott Daniele Molho psicologo psicoterapeuta, Magenta (Milano)