PERCHE’UNO PSICOTERAPEUTA DEVE SOTTOPORSI AD UN TRATTAMENTO ANALITICO PRIMA DI FARE QUESTO LAVORO? Dott. Daniele Molho psicologo- psicoterapeuta. Magenta, Corbetta

Le scuole di psicoterapia di stampo analitico richiedono che l’allievo, per potere diventare psicoterapeuta, si sottoponga anche lui ad un trattamento analitico. Anzi lo psicologo, secondo questo orientamento, deve sottoporsi ad un trattamento più profondo e completo di quello riservato ai pazienti.
Purtroppo il fatto che uno psicoterapeuta prima di farsi carico delle problematiche altui deve avere fatto pulizia (o almeno chiarezza) di quelli che sono i suoi conflitti, i suoi bisogni, le sue paure ecc… è un concetto che non solo non è scontato per il pubblico che non fa parte di questo ambito professionale, ma è un fatto trascurato anche da molte scuole di psicoperapia che non richiedono che i propri candidati facciano un lavoro personale su di se prima di acquisire il titolo di psicoterapeuti.
Io credo che la necessità di fare una lavoro analitico sia importante non solo per chi fa una terapia del profondo, come una psicoanalisi, ma anche per chi segue un approccio diverso perchè i meccanismi relazionali che entrano in gioco sono i medesimi.
Quando il paziente parla dei propri conflitti è possibile che il terapeuta possa sentirsi toccato o disturbato, indipendentemente dal fatto che poi effettui una terapia del profondo o meno. Come fa un terapeuta ad entrare in contatto con le dimensioni dolorose dei suoi pazienti, se non ha prima afforntato le problematiche dentro di lui?
Nissim Momigliano, (1984) citando Bion, descrive il lavoro dello psiconalista utilizzando l’immagine dell’ufficiale di guerra, che continua a pensare con chiarezza anche in mezzo alla tempesta e che questo compito può essere affrontato adeguatamente solo da chi è diventato un “feeling person”, una persona che sente, cioè che: “sa condividere l’esperienza emozionale delle turbolenze tempestose che evoca, in quanto ha avuto una vera analisi da un istituto di training”.
Ecco come Rosenfeld esprime il concetto di un terapeuta che non ha affrontato certe sue problematiche interne e che quindi ha dei blocchi che sono in relazione con le sue angosce infantili: “..se l’analista ha molte aree che possono essere etichettate come “private- vietato l’ingresso”- secondo l’efficace espressione della Heimann(1975)- l’analista e il paziente potranno stabilire una connivenza inconscia per escludere quelle aree dall’analisi, il che creerà una situazione di stallo terapeutico.”
Nella pratica clinica, come anche nelle ricerche che sono occupate di questo aspetto, è stato dimostrato che è necessario un certo livello di soddisafcimento dei propri bisogni e di benessere emotivo per potere accettare di condividere le emozioni negative degli altri. Bolognini (2002) riprende questo concetto affermando che per benessere emotivo: “..noi psicoanlisti potremmo intendere non solo e non tanto uno stato di contentezza, bensì più in generale un buon funzionamento interno; il che potrebbe voler dire che in certi casi un terapeuta addolorato o ferito per qualche verso, ma in contatto con il proprio dolore, è in grado di lavorare anche molto bene, senza un effetto distorsivo dovuto a eccessive proiezioni”.
Si possono fare innumerevoli esempi, immaginiamo il caso di uno psicoterapeuta che non ha superato i suoi problemi narcisistici e che nel suo lavoro desideri che il paziente migliori e che stia meglio per un bisogno del terapeuta stesso di sentirsi gratificato, di sentirsi bravo, insomma di accrescere la sua autostima riguardo alle sue capacità professionali. Avere un terapeuta narcisista è estremamente disturbante per il paziente ed è un fattore di insuccesso della psicoterapia in quanto crea in lui non il sentimento di essere accettato e seguito dal terapeuta, ma quello di essere usato per i bisogni del terapeuta, alimentando così il suo sentimento di solitudine.
Un altro esempio è quello del terapeuta che non ha superato determinate angosce di abbandono e che dopo un lavoro in cui ha condiviso e si è immedesimato nei problemi del suo paziente, deve accettare, anzi favorire l’esperienza del distacco, possiamo immaginare che anche questo è un momento cruciale in cui anche il terapeuta si mette in gioco

BIBLIOGRAFIA

NISSIM MOMIGLIANO
BOLOGNINI STEFANO “L’empatia psicoanalitica” Bollati Boringhieri, Torino. 2002
ROSENFELD H. Impass and interpretation, Tavistock, London 1987 (Trad. It. Comunicazione e interpretazione; Bollati, boringhieri, Torino, 1989